Continuare a fare il bene. Senza distrazioni.

Un giorno, un saggio viandante attraversò il regno e si fermò sotto un albero. Gli animali della foresta, curiosi, si avvicinarono per ascoltare le sue storie. 
«C’era una volta, in un regno lontano tra le alte montagne, un’aquila fiera e solitaria che dominava i cieli con la sua eleganza inconfondibile. Volava sopra le vette innevate, osservando il mondo dall’alto con occhi penetranti e saggi. Tutti gli animali della foresta la rispettavano e ammiravano la sua maestosità. Nello stesso regno c’era anche un corvo, impertinente e audace, con una buona dose di superbia, invidioso della regalità dell’aquila. Un bel giorno decise di sfidare sua maestà. 
Il corvo, con la sua arroganza, si posò sulla schiena dell’aquila e cominciò a beccarle il collo, convinto di poterla infastidire e distrarre. Gli altri animali, spettatori increduli, trattennero il fiato, immaginando che da lì a poco il corvo sarebbe stato ridotto a brandelli dal rapace. Ma l’aquila, con calma olimpica, non reagì, non sprecò nemmeno un battito d’ali per scacciare il piccolo volatile. 
Era come se sapesse, nel suo silenzio dignitoso, che c’era un modo migliore per risolvere la situazione. Con una serenità inaspettata l’aquila iniziò a salire verso l’alto. Il vento divenne più freddo e rarefatto, ma lei continuava a volare con le sue ali possenti che fendono l’aria. Il corvo, testardo e presuntuoso, non smetteva di beccare. A ogni metro guadagnato dall’aquila, l’aria si faceva più sottile e il corvo cominciava a sentirsi affaticato. I suoi colpi di becco si fecero più deboli, il suo respiro più affannoso. 
E l’aquila, imperturbabile, saliva ancora, sempre più in alto, verso il cielo limpido e infinito. Alla fine, il corvo non ce la fece più. Sfinito e senza fiato, si staccò dall’aquila e precipitò verso il basso. L’aquila non si voltò, non spese nemmeno un pensiero per il suo aggressore caduto. Continuò a volare verso le vette, libera e regale come se nulla fosse accaduto». 
Gli animali della foresta rimasero spaesati e sorpresi dalla storia raccontata dall’uomo. 
Un giovane scoiattolo, con gli occhi pieni di dubbi, si fece avanti e chiese: 
«Saggio viandante, come possiamo continuare a fare il bene e perseverare quando il mondo è così pieno di ingiustizie? Come possiamo non essere scoraggiati quando sembra che i nostri sforzi non facciano alcuna differenza?». 
« Non importa quanto gli altri siano irragionevoli, egoisti e insensati – rispose con voce ferma e calda il viandante –, voi dovete comunque continuare a fare il bene. Non importa quanto le vostre azioni possano essere fraintese o sottovalutate; voi dovete perseverare. Non lasciate che le piccole distrazioni vi portino via energia. Non combattete battaglie che non valgono il vostro tempo. 
Invece, come l’aquila, puntate sempre più in alto. Lasciate che siano i corvi a cadere per la loro stessa presunzione, mentre voi continuate a crescere, a volare, a vivere la vita al massimo delle vostre potenzialità». 

TRATTO da All’istinto del bene serve perseveranza Senza distrazioni di Marco Voleri in Avvenire del 30/05/2024

Una questione di mani per essere u-mani

Come si fa a non fuggire dal dolore, che sia il proprio o quello delle persone che ami?
Prendo spunto dal Blog di Alessandro D’Avenia e dalla sua riflessione sul quadro Compianto sul Cristo morto di Bellini.


«Nel ritaglio sacro del quadro si scorge un morto (Cristo), il cui corpo esangue è sorretto da un uomo (Giuseppe d’Arimatea), mentre una donna (Maria Maddalena) gli unge le mani rattrappite da colpi di chiodi, con l’olio che un altro uomo (Nicodemo) accigliato tiene in un vasetto. Mi vedo in quest’ultimo, fronte aggrottata dinanzi alla morte, pensieri come rughe, in cerca di risposte davanti a un muro: l’uomo della Vita è morto. Cadavere. Con sapienza compositiva l’artista mette al centro del quadro le mani dei protagonisti, ma soprattutto quelle della donna che accarezzano con l’olio la sinistra del morto che perde rigidezza, al contrario della destra ancora contratta. In quelle mani c’è la farmacopea alla mia incapacità: al fuggire o soccombere aggiungono un’altra via. 


Contemplavo il quadro guidato dalle parole della direttrice del museo Nadia Righi che spiegava come Bellini avesse rappresentato l’esperienza di tutti di fronte al dolore: il quadro dà forma a tutte le ferite vive e nascoste in noi, certifica l’impossibilità di trovare risposte astratte, la sconfitta dell’intelligenza e l’inadeguatezza delle parole. Tutti tacciono dentro e fuori dal quadro, sospesi, parlano le mani: la risposta è solo la cura, cioè rimanere, sostare. E io so stare? Fuggo o soccombo perché non ho risposte. E invece potrei restare proprio perché non le ho. Sono le mani a rispondere. Manutenzione, cioè “tenere nelle mani”, così diciamo per riferirci alla cura delle cose: della macchina, di un impianto, di un edificio. Ma le persone? “Teniamo per mano” quelle che amiamo e ci commuove chi ancora lo fa per strada, ma come si fa a “manu-tenerle”, a “man-tenerle”, quando il dolore o la morte li prendono. Stando. Sostando. So stare? […]».

Effettivamente il dolore non ci chiede tanto di trovarne la ragione (che non c’è), ma ci interpella: che vuoi fare? Ti lasci schiacciare o puoi cercare, invece, di lasciare che ti trasformi?

Continua d’Avenia:
«Noi non ci prendiamo cura delle persone perché le amiamo, ma impariamo ad amarle perché ci prendiamo cura di loro: curare è una scelta che ci trasforma, ci fa uscire da noi stessi, che è l’unica maniera di non fuggire o di non soccombere alla vera morte in vita, la chiusura in se stessi. Io fuggo o soccombo se penso solo a me stesso, invece se sosto, se so stare, mi salvo. 
L’amore, alla fine, è la quantità di vita di cui decidiamo di farci carico, che solo così si trasforma, anche quando è vita ferita. 
[…] Le mani fanno la cura, manutenzione. Non cercano risposte, sono la risposta. […] Eppure ormai lo sappiamo che ci vuole un abbraccio di almeno 30 secondi per permettere al corpo di produrre ossitocina, l’ormone che cura il dolore. E ciò accade sia in chi dà e in chi riceve: non si sa più chi abbraccia chi. Si è abbracciati dalla Cura. Ecco la terza via, quella che immette vita nella vita. Chi siamo noi che – è solo un gioco di suoni – nella nostra lingua abbiamo le mani nel nome: umani? E quanto – gioco ancora – possiamo diventare senza mani: disumani?» 

Da Ultimo banco, Corriere della Sera, 8 aprile 2024






Chi mettere al centro? Proposta didattica per una Terza media

In adolescenza i ragazzi sono molto concentrati su stessi e vivono un equilibrio precario tra il bisogno di sentirsi riconosciuti e accolti dal gruppo e la difesa della propria identità e unicità. Il percorso didattico che ho proposto vuole indagare quello che è il desiderio di sentirsi al centro del mondo e degli affetti e le derive, a volte pericolose, a cui si può arrivare quando, nel cercare la realizzazione di se stessi si finisce per dimenticare gli altri e il contesto in cui si vive, per poi arrivare ad una definizione di felicità che spiazza l’idea di un cristianesimo che tende a mortificare l’io quando in realtà offre una proposta di vera realizzazione del sé. Quello che segue, conclusa la fase più “istituzionale” con l’indicazione dei TSC e degli Oa, è il racconto del percorso didattico che è stato realmente proposto. 

DAI DOCUMENTI MINISTERIALI

Traguardi 

1.       ORDINE ANTROPOLOGICO – RELIGIOSO

È aperto alla sincera ricerca della verità
Sa interrogarsi

 

2.       ORDINE STORICO-BIBLICO E STORICO-ECCLESIALE

Comprendere alcune categorie fondamentali della fede ebraico-cristiana
Elabora criteri per una interpretazione consapevole

 

4.       ORDINE ETICO

Coglie le implicazioni etiche della fede
Riflette in vista di scelte di vita
Si confronta con la complessità dell’esistenza
Dà valore ai propri comportamenti
Si relaziona in maniera armoniosa con se stesso, con gli altri, con il mondo

OA

1.       ORDINE ANTROPOLOGICO – RELIGIOSO (Dio e l’uomo)

Cogliere nelle domande dell’uomo e in tante sue esperienze tracce di una ricerca religiosa
Riconoscere l’originalità della speranza cristiana, in risposta al bisogno di salvezza della condizione umana nella sua fragilità, finitezza ed esposizione al male

 

2.       ORDINE STORICO-BIBLICO E STORICO-ECCLESIALE (La Bibbia e le Fonti)
Saper adoperare la Bibbia come documento storico-culturale e apprendere che nella fede della Chiesa è accolta come Parola di Dio
Individuare il contenuto centrale di alcuni testi biblici, utilizzando tutte le informazioni necessarie ed avvalendosi correttamente di adeguati metodi interpretativi

4.       ORDINE ETICO (I Valori Religiosi)

Riconoscere l’originalità della speranza cristiana, in risposta al bisogno di salvezza della condizione umana nella sua fragilità, finitezza ed esposizione al male
Confrontarsi con la proposta cristiana di vita come contributo originale per la realizzazione di un progetto libero e responsabile

 

 

IL RACCONTO

    

la copertina del fumetto su Rosario Livatino
pubblicato da Il pozzo di Giacobbe


 Gli studenti sarebbero andati a vedere una mostra su   Rosario Livatino e questo mi ha suggerito di proporre un   confronto tra la vita di questo personaggio e la canzone   di Nicolò Fabi “Io”[1]. Ho invitato ad ascoltare con   attenzione tanto il breve documentario su Rosario   Livatino[2] ch e le parole della canzone per poi   rispondere  a queste domande:
 Cercare la realizzazione di se stessi, ma come?
 Mettere al centro se stessi o pensare che non si può  essere felici escludendo gli altri e la loro dignità?

 
I concetti che i ragazzi sono riusciti a trarre dal documentario sono esattamente l’opposto di quello che invece emerge dalla canzone che, provocatoriamente, invita a riflettere su come il mettere al centro se stessi finisca per annullare gli altri, diversamente da quanto facesse Livatino[3].

 

      Ho proposto agli alunni di confrontarsi su una parabola che è conosciuta come Parabola del Figliol Prodigo o del Padre Misericordioso, ma che invece ho presentato agli studenti come Parabola dei due fratelli, perché volevo che si concentrassero non tanto sulla figura del padre, su cui saremmo ritornati, ma sull’atteggiamento dei due fratelli che, pur apparentemente diversi, in realtà avevano tanti aspetti in comune.

Sieger Köder
Il Figliol prodigo
Divisi in piccoli gruppi, con il testo di Lc 15,11-32    consegnato, gli studenti hanno proceduto seguendo le istruzioni:
– individuate i protagonisti della storia e le loro azioni
– a chi, tra questi personaggi, va la vostra comprensione? perché?
– c’è qualcosa che accomuna i due fratelli? riascoltate o rileggete con attenzione il testo
– cosa ha impedito ad entrambi di essere se stessi?

Dal dibattito che ne è seguito non poteva che emergere la piena comprensione nei confronti del fratello maggiore che, a giudizio dei ragazzi, aveva tutte le ragioni per sentirsi indispettito tanto nei confronti del fratello che del padre.

 


[3] Dal documentario su Rosario Livatino sono stati colti questi concetti:

         ·   Essere felici e fare felici gli altri
·   Riconoscere la dignità della persona
·   Guardare con amore chi ti sta di fronte
·   Vedere anche nel delinquente l’uomo
·   Attenzione ai bisogni della gente
·   Fare non rinunce e sacrifici, ma scegliere la parte migliore
·   Fare il proprio dovere fino in fondo 

(altro…)

Una storia che parla di incontro e non di scontro

Dall’articolo di MARCO ERBA L’imam “socratico” e l’insegnante che fa nascere idee senza imporre, in Avvenire del 17/03/2024 . 
In uno dei miei viaggi in Bosnia ho conosciuto una donna piena di luce. Quella donna, durante la guerra degli anni Novanta, ha vissuto dentro l’assedio di Sarajevo, con il marito a combattere al fronte per difendere la città e un bambino molto piccolo da accudire. Ho passeggiato a lungo con lei per la città. Mi ha portato vicino al mercato coperto, mi ha indicato il punto in cui si metteva a vendere i suoi regali di nozze, per procurare del cibo a suo figlio. Mi ha portato al tunnel di Sarajevo, sotto l’aeroporto, di cui restano pochi metri: è un budello claustrofobico, nel quale si deve stare chini per camminare. La donna, suo figlio e sua suocera lo hanno percorso per centinaia di metri, per sbucare nella terra di nessuno, rischiando la vita, alle spalle della linea dell’esercito serbo che assediava la città. 
Dopo un viaggio pazzesco, quella donna è arrivata prima in Germania e poi qui in Italia, dove è stata accolta e dove suo marito l’ha raggiunta una volta finita la guerra. 
La guerra per lei è un incubo che fatica ad andarsene. Ha perso molte persone. Un giorno mi ha indicato un ponte sulla Miljacka, il fiume di Sarajevo. Mi ha detto che una sera, su quel ponte, una sua amica si è data appuntamento col suo fidanzato: avrebbero dovuto sposarsi pochi giorni dopo. Ma il matrimonio non ci sarebbe mai stato: proprio quella sera, una bomba ha spazzato via le loro vite. Nonostante ciò che ha passato, la donna è tornata a vivere a Sarajevo con suo marito. 
«A volte mi chiedono chi me lo ha fatto fare», mi ha detto. «Molti, durante e dopo la guerra, da Sarajevo se ne sono andati per non tornare più. Altrove si vive meglio. Anche oggi c’è chi vorrebbe andarsene. Ma io mi guardo intorno, passeggio per il centro. Vedo il locale dove siamo stati io e mio marito la prima volta che siamo usciti insieme. Vedo la stradina dove abbiamo passeggiato la sera, tenendoci per mano. Vedo i luoghi dove ci incontravamo coi nostri amici, per far festa tutta la notte. Questa è la mia città, la nostra città. Se non la facciamo vivere noi, la nostra bella città, a chi dovrebbe toccare?». 
Ciò che di quella donna mi ha più colpito è stata la totale assenza di odio nelle sue parole. 
«L’esercito serbo ci ha attaccato, ci ha accerchiato, di ha bombardato; i cecchini non ci hanno dato tregua per anni. Io in guerra ho perso amici e parenti. Ma non odio nessuno». L’ho guardata stupito. «E come fai? Come ci riesci?». Lei mi ha indicato le montagne intorno a Sarajevo: «Io ho vissuto in un assedio, lo so cosa vuol dire stare in una prigione a cielo aperto. Per questo, adesso, non consento più a nessuno di imprigionarmi. Neanche al mio odio. Perché l’odio è la gabbia peggiore». 
Sono parole che mi hanno segnato profondamente. Mi sono chiesto quale percorso avesse alle spalle per essere arrivata fino a lì. Chiacchierando, ho scoperto che è figlia di una donna musulmana e di un uomo di etnia croata e di religione cattolica. Del resto, la Bosnia è un Paese meravigliosamente multietnico: nel centro di Sarajevo la moschea più importante dista pochi minuti a piedi dalla basilica ortodossa e dalla cattedrale cattolica. I matrimoni tra etnie e religioni diverse, soprattutto prima della guerra, erano all’ordine del giorno. La donna che in quel momento mi parlava era stata una bambina figlia di un matrimonio così: i due genitori pregavano ciascuno un Dio diverso. 
Ai tempi, quella bambina e la sua famiglia abitavano un paese tra le montagne. La bambina, curiosa e piena di domande come tutti alla sua età, cominciò a interrogarsi su quelle differenti religioni che erano presenti nella sua famiglia, dove tradizioni diverse si intrecciavano e le festività di entrambi i culti venivano celebrate. Così, un giorno, Dudu decise di andare dall’imam del suo paese. «Senti, signor Imam, devo farti una domanda». «Dimmi». «Signor imam, io ho un dubbio. Mi papà crede in Dio, in suo Figlio Gesù Cristo e nello Spirito Santo. Mia mamma invece dice che l’unico vero Dio è Allah, e Maometto è il suo profeta. Tu cosa ne pensi? Secondo te, dove dovrei pregare? In chiesa oppure in moschea?». L’imam sorrise benevolo. Le rispose con un’altra domanda, come fanno le persone sagge. «Nella tua classe, a scuola, non c’è qualcuno che gli altri prendono in giro?», le chiese. «Sì. Una mi compagna se ne sta spesso da sola». «Allora tu domani vai da lei, parlaci, state un po’ insieme, coinvolgila. E, senti, nella tua classe non c’è qualcuno che fa fatica in qualche materia?». «Sì. Il mio compagno di banco fa fatica in matematica. Dice che ci capisce molto poco». «Allora invitalo a studiare con te. E quando sei a casa, non litigare troppo con i tuoi fratelli. E dai una mano a tuo papà e a tua mamma senza troppo lamentarti, quando ti chiedono aiuto». «Va bene, signor imam». 
 «Ti lancio una sfida. Impara ad amare. Ma non con le parole, con le azioni: ama con la vita. Amare è una palestra. Se imparerai ad amare, Dio ti parlerà: sarà lui a dirti se pregare in una chiesa o in una moschea». 
Ascoltando questo racconto, ho capito il segreto di quella donna. Ho pensato a quanto è viziata la comunicazione in cui siamo immersi. L’11 settembre del 2001 avevo vent’anni: l’attacco alle Torri Gemelle ha segnato tutta l’epoca successiva. Mi sono reso conto, immaginando il dialogo tra quell’imam e quella bambina curiosa, di quanti messaggi che riceviamo descrivono le identità religiose più come fonte di divisione e di violenza che come strumento di dialogo: l’Islam contro l’Occidente, i cattolici conto i laici. Ma, più in generale, quanto spesso la propria identità viene affermata contro l’altro? Quanto spesso abbiamo bisogno di creare un nemico per affermare identità fragili, senza radici? Quella bambina e il suo imam mi hanno insegnato che l’identità è una ricchezza, ma che un’identità consapevole e ben sviluppata non ha mai paura delle altre identità, non si chiude al confronto, anzi, ne esce arricchita. Un’identità sana non esclude altre identità. Costruisce ponti, abbatte muri. 
Perché una identità può avere molte sfaccettature: non è un pezzo di granito, è un giardino accogliente che si espande e ospita germogli sempre nuovi. Io mi sento orgogliosamente milanese: amo il mio dialetto, amo la mia cucina, amo le mie favole e miei modi di dire. Ma sono anche orgogliosamente italiano, concittadino di Dante, Falcone e Borsellino. Ma sono anche fieramente europeo: tedeschi, francesi, spagnoli, polacchi sono miei fratelli. Ma mi sento anche cittadino del mondo: in Africa e in Sudamerica mi sono sentito a casa, ho incontrato persone con tradizioni diversissime dalle mie, ma che sentivo profondamente legate a me. Poi, certo, c’è chi gioca a dividere per affermare identità fragili: i terroristi, gli integralisti, gli estremisti nazionalisti. In mezzo però ci sono Papa Francesco, che afferma che un uomo può guardare un altro uomo dall’alto in basso solo quando lo aiuta a rialzarsi, e quell’imam, che lascia le risposte a Dio e non pretende di averle in tasca lui. 
Papa Francesco e quell’imam, se si conoscessero, sarebbero amici, ne sono convinto. Quell’imam è stato un grande educatore, ha avuto lo sguardo giusto. È sfuggito alla tentazione di imporre una verità per lui facile a una bambina, per scegliere il sentiero impervio del senso critico e della libertà. Un grande educatore non dà mai risposte preconfezionate, preferisce spingere l’interlocutore a riflettere. Un grande educatore non manipola, preferisce tenere aperte le discussioni. Un grande educatore non afferma certezze, ma dona strumenti utili ad acquisirne. Non costringe verso una meta, ma dona una bussola. Un po’ come faceva il filosofo Socrate, che spingeva le persone a trovare autonomamente la verità attraverso le sue domande. 
La verità è dentro di noi: non ci servono insegnanti narcisi che la calino dall’altro, ma insegnanti levatrici che ci aiutino a partorirla.


Progettare con l’Intelligenza Artificiale

Mi sono subito incuriosita a come l’Intelligenza Artificiale potesse entrare nel mio lavoro di docente. Ammetto di avere un’indole abbastanza aperta alle novità e il mondo dell’IA (o AI all’inglese) non poteva lasciarmi indifferente. 
In questo periodo, che mi ha visto a casa per problemi di salute, non sono rimasta però con le mani in mano e ho frequentato dei corsi che potessero aiutarmi a capire come “governare” la novità. Da docente non credo nell’utilità di un atteggiamento di chiusura e di demonizzazione. Anzi. Mi sono andata convincendo che come insegnanti dobbiamo accogliere la sfida ed aiutare i nostri studenti ad un approccio critico e creativo. 
In fondo, l’IA può offrire l’occasione per educare gli alunni ad attivare tutte le potenzialità che fornisce il pensiero umano, unito ad una buona dose di cultura e di competenze linguistiche, per ottimizzare al meglio le risposte che l’IA può dare ai nostri prompt. Proprio sui promp, ossia le richieste che poniamo all’IA, ho lavorato in uno degli ultimi corsi di formazione frequentati online. E’ stata un’esperienza arricchente in cui abbiamo avuto come guida e relatrice la prof.ssa Licia Landi. 
Inserisco in questo post il projectwork con cui ho concluso il percorso, nella speranza che possa essere di qualche utilità. Cliccare sull’immagine per aprire il lavoro.

Dall’odio al perdono

Perdono, parola difficile da pronunciare e vivere. Basta vedere quello che sta accadendo in questo tempo così complicato, dove si parla di vendetta come se fosse un dovere morale. 
Lei prof, sarebbe capace di perdonare? Spesso me lo hanno chiesto gli studenti e rispondo in modo onesto: “Non so, ma so che non c’è alternativa, perché l’odio consuma”. Aggiungo sempre alla mia riflessione che ci sono stati uomini e donne che hanno saputo perdonare. La loro testimonianza è la riprova che si può perdonare. Come ha saputo fare Gemma Calabresi. 
I miei alunni, al contrario di me, non possono avere memoria del marito, il commissario Luigi Calabresi, che fu ucciso il 17 maggio 1972 a colpi di arma da fuoco dinanzi alla sua abitazione, per mano di un commando di due terroristi di Lotta Continua. Gemma si trovò vedova ad appena 26 anni con due bambini piccoli e un terzo in arrivo. Ho letto nella sua biografia che insegnando religione in una scuola elementare è arrivata a maturare il perdono. 
Riporto un articolo di DIEGO MOTTA pubblicato su Avvenire di lunedì 8 aprile 2024.

Il momento più bello negli incontri pubblici con Gemma Calabresi arriva alla fine, quando la tensione del racconto che commuove l’Italia ormai da mezzo secolo si scioglie, in una lunga processione di abbracci, carezze, lacrime. Sono soprattutto le donne a mettersi in fila. A tutte succede di immedesimarsi in quella ragazza ventiseienne che si svegliò una mattina, con due bimbi piccoli e il terzo in grembo, e si ritrovò improvvisamente da sola al mondo. Perduta. 
«Hanno sparato a un commissario» le disse quella mattina la signora delle pulizie. «Anche quella donna, che non ho mai più rivisto, fu fondamentale perché si prese cura dei miei bambini, in un momento drammatico. Gli sconosciuti ancora oggi mi danno tanta solidarietà, mi dicono: ho pregato per lei, l’ho pensata. Nella mia tragedia non mi sono mai sentita sola. Ho scoperto l’importanza degli altri. È come se, dopo il male, il bene avesse bussato alla mia porta» racconta oggi. 
La fine rappresenta sempre un nuovo inizio. Così come è stata la vita in mezzo: un continuo ricominciare, scalando spesso le pareti dell’odio e dell’ostilità, i pregiudizi, le paure. 
L’immagine degli Anni di Piombo è sempre stata nitida per Gemma Calabresi: i cortei, gli avvertimenti, le minacce, la vita blindata di una coppia appena sposata. L’omicidio del commissario pochi metri fuori da casa. 
« In quel momento, ero prima di tutto una madre che doveva proteggere i propri figli. Pesava molto la rabbia, pesava la necessità di togliere da Luigi il timbro di assassino». 
Odio e rancore rischiano di fare prigionieri, possono moltiplicare il dolore e le tragedie. Per Gemma Calabresi, «bisogna impedire che questo succeda, che il male ti divori. Quando vedo le guerre di oggi, quando vedo cos’è diventato il terrorismo, cioè distruggere l’altro fino a mostrarlo e a farne scempio, rabbrividisco… Aprite le braccia, liberatevi da questo male: lasciate che scompaia la voglia di sopraffazione e di prepotenza, accorgetevi che il prossimo per voi è importante…». 
Signora Gemma, tante donne hanno sfilato in questi mesi, dal Medioriente all’Est Europa, chiedendo una tregua, chiedendo verità e giustizia spesso in mezzo alle bombe. 
Mi capita di soffermarmi soprattutto sulle manifestazioni in cui a scendere in piazza, insieme, sono donne che arrivano da fronti opposti: ho visto donne palestinesi e donne israeliane collaborare, iniziando dalle piccole cose, per far smettere questo odio atavico. Se nell’altro vedi sempre il nemico da combattere, il nemico diventa un’ossessione. Se pensi che avrà anche lui dei figli, una moglie e degli affetti a cui rispondere, se riesci a ridargli un minimo di umanità, allora tutto cambia. Una persona non è soltanto il male che ha compiuto. Anche negli anni del terrorismo c’era un obiettivo indicato alla folla: tutti gridavano e nessuno pensava. Quando vado nelle scuole, lo dico sempre ai ragazzi: non andate dietro a chi urla più forte. 
Oggi le campagne di stampa di cui fu vittima suo marito si consumano in un battito di clic, tra una gogna social e l’altra. 
Prego tantissimo per i ragazzi di oggi, perché non si lascino schiacciare dalle logiche del mondo, perché non finiscano per averne paura. Quando li incontro, trovo studenti profondi e intelligenti. Lo leggo nelle loro domande. Non siate gregari, dico loro. Sanno benissimo che sui social oggi si verifica spesso lo stesso meccanismo ripetuto nelle manifestazioni di cinquant’anni fa: una bugia detta una volta, gridata in corteo mille altre volte, rischia di diventare una verità. Non dimentichiamoci di quella stagione. 
Gigi era il volto conosciuto della questura, il più dialogante: divenne ben presto il capro espiatorio. Ricordo una sera: avevamo invitato a cena la maestra e alla fine lei aveva detto a Gigi: “E’ un momento pericoloso, riguardati”. Mio marito era uomo di profonda fede e le aveva risposto così: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”. 
Lei ha confessato recentemente di aver avuto anche fantasie di vendetta. 
E’ vero. C’è stato un periodo, all’inizio, in cui mi sembrava che quei pensieri mi facessero stare bene, mi svegliavo con l’odio nel cuore. Dentro di me avevo la rabbia, lo scoraggiamento, il pianto, una cattiveria sconosciuta. Ma io non ero così e non potevo farmi divorare dal rancore. Avevo i miei figli e volevo educarli al bene, alla gioia di vivere. Dovevo farmi aiutare e ho trovato tanta gente, oltre alla mia famiglia, disposta a farlo. 
Poi si ricade, tante volte: bastava una scritta sui muri e tornavo a scivolare indietro, mi facevo catturare ancora dalla rabbia… Passare dall’odio alla pace, innanzitutto con se stessi, è stato difficilissimo. Però ho sempre avuto tanta solidarietà intorno a me, anche le persone sconosciute che mi riconoscono al supermercato. Il bene bussa spesso alla nostra porta, il problema è che non ce ne accorgiamo. 
Signora Gemma, che ruolo possono avere le donne oggi in questa società addormentata, dove l’individualismo si è trasformato in ritiro sociale e le ragioni per stare insieme, per fare comunità, paiono venire meno? 
Le donne possono fare molto, ne sono convinta. Non a caso Giorgio Napolitano volle dare un chiaro segnale di pacificazione nazionale, completando il percorso iniziato con la medaglia d’oro consegnataci da Carlo Azeglio Ciampi nel 2004. Nel 2009, il capo dello Stato aveva invitato al Quirinale due vedove. L’abbraccio con Licia Pinelli fu un gesto spontaneo: all’inizio mi era mancato il fiato, ma ero convinta che dovessimo salire un altro gradino in questo cammino di riconciliazione e ce l’abbiamo fatta. Siamo due donne legate dalla stessa sofferenza: anche in quella casa, un giorno, papà non è mai tornato. Quanto al ruolo delle donne nel mondo contemporaneo, penso si debba riconoscere che abbiamo un talento tutto nostro nel ricucire gli strappi, nell’aiutare il dialogo. Questo è importante. 
È un discorso che vale, a maggior ragione, per i genitori… 
Certo. I genitori sono chiamati, oggi più di ieri, a donarsi completamente ai figli. A loro direi: offrite voi stessi, parlate con loro, anche se vi spaventa il male di vivere delle nuove generazioni, la paura, la depressione, la violenza. Pregate per le vittime e per i carnefici. 
Per questo, credo molto nella giustizia riparativa, nel dialogo tra le parti. Quel che si è fatto negli ultimi anni ha aperto la via a una nuova stagione: l’importante è che si cominci un cammino, senza distinguere tra chi vuole mettersi in gioco e chi no. 
Che aiuto ha trovato, invece, dalla fede in Dio? 
Io nella preghiera mi affido e affido, sapesse quante persone mi passano per la mente… trovo conforto, mi sfogo, parlo col Padre eterno. Gli dico: ci devi aiutare, manda i doni dello Spirito Santo. Intorno a noi ci sono disegni terribili che noi non capiamo. Bisogna saper leggere i segni e sapere che Dio ci giudica per il bene compiuto, non per gli errori commessi. 
La fede non è altro dalla vita, il perdono è a disposizione di tutte le religioni ma è frutto di un cammino lungo. Se penso al mio, di percorso, posso dire che adesso mi sento meno giudicante di un tempo. La pace con se stessi si trova se si desidera il bene dell’altro. Va costruita da tutti, innanzitutto da chi continua a pagare un prezzo dovuto alla violenza della guerra. Dobbiamo crederci davvero e non fermarci alle prime difficoltà. 
Una volta ho detto a un sacerdote: “Sono un po’ stanca, vorrei tirare i remi in barca”. Lui mi ha risposto: “Non può farlo, lei ha una missione. Deve andare avanti”.





Beatitudini, la Magna Charta di Gesù

Primo giorno di scuola del maestro Gesù, all’aperto, sulla collina, il cielo come soffitto, l’erba per pavimento, l’abside del lago sullo sfondo. E il primo argomento che il giovane rabbi di Nazaret tratta nella sua prima lezione, è il tema della felicità: beati voi, ripete per otto volte. La prima rivelazione: Dio vuole figli felici. 
La vita è e non può che essere una ricerca di felicità. La felicità sempre provvisoria dei viandanti. E invece di un discorso alla Robin Williams, nel film L’attimo fuggente, uno di quei discorsi accattivanti e piacioni, fa una lezione drammatica e impopolare. Parla di poveri, di perseguitati, di piangenti, di affamati. Sceglie le ferite delle persone: le Beatitudini sono ferite che diventano feritoie, in cui si affaccia una terra nuova e felice. 
La genialità di Gesù: non imposta il suo progetto su di una morale umana, ma su di una lieta notizia: Dio regala gioia a chi produce amore, aggiunge vita a chi edifica pace. 
Le Beatitudini non raccolgono precetti o divieti, di cui rendere conto, ma sono la bella notizia che chi somiglia a Gesù, affamato di giustizia e di pace, cuore limpido e mite, vive meglio, umanizza il mondo, apre brecce nel muro della storia per sbirciare dentro il Regno, in una umanità nuova e migliore. Una differenza sostanziale rispetto alle dieci parole è il fatto di passare dall’ubbidire a degli ordini all’ubbidire solo alla felicità. 
La beatitudine posta in apertura al primo discorso di Gesù è la chiave di volta, la condizione perché esistano tutte le altre: beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli (Mt 5,3) […]. 
Ci saremmo aspettati: beati perché ci sarà un capovolgimento, la ricchezza passerà in mano vostra. Beati perché sarete i ricchi di domani. No. Il progetto di Dio è più profondo e più delicato. 
Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno, è con voi che Dio cambierà la storia, non con i potenti. Il Signore vuole vedere il mondo con gli occhi dei piccoli e dei poveri. Solo se proviamo anche noi a vedere il mondo così, con lo sguardo dei deboli e degli ultimi, solo allora potrà cambiare questa nostra storia. L’economia della piccolezza attraversa l’intera Bibbia e ne rappresenta un’anima profondissima. Quella di Abele, delle donne sterili e madri, di Giuseppe venduto, di Amos e Geremia, di Betlemme, delle Beatitudini, del Golgota. Dio si rivela a Elia come una sottile voce di silenzio, solo una voce, non si vede e non si tocca; si sceglie come alleato il più piccolo tra i popoli, diventa bambino e poi lascia suo figlio e i nostri figli appesi a una croce. Prendere sul serio l’economia della piccolezza e della povertà ci porta a guardare il mondo in altro modo, e anche le nostre ferite. A cercare i re di domani tra gli scartati e tra i poveri di oggi, a prendere molto sul serio i giovani e i bambini, a trovare meriti là ove l’economia della grandezza sa vedere solo demeriti
La prima beatitudine riemerge come prima motivazione nel discorso inaugurale di Gesù nella sinagoga di Nazaret (Luca 4,18): sono venuto a portare una lieta notizia ai poveri […]. «Il primo sguardo di Gesù nel Vangelo non si posa mai sul peccato dell’uomo, mai, ma sempre sul suo dolore o sul suo bisogno» (Johann Baptist Metz). Beati i poveri in spirito, specifica Matteo: davanti a Dio per l’anima non c’è nulla di meglio che essere nulla, pura trasparenza, come l’aria davanti al sole (Simone Weil). La preoccupazione dell’annunciatore è di essere infinitamente piccolo, solo così l’annuncio sarà infinitamente grande (Giovanni Vannucci). 
Le prime parole di Gesù dicono a tutti i disincantati di allora, a tutti i delusi di oggi: smettetela di essere tristi e sfiduciati, ascoltate, qualcuno ha una cosa bellissima da dirvi, così bella che appare incredibile...La notizia bellissima è questa: Dio è per i poveri, contro la povertà; è all’opera, qui tra le colline e il lago, per le strade di Cafarnao, in cammino su questi sentieri. Per umanizzare la vita e farla respirare. C’è polline divino nel mondo. Il Regno viene, è vicino, è qui, viene e fa fiorire la vita in tutte le sue forme. Beato, che ricorre più di cento volte nelle Scritture, ha un significato più vasto dell’immediata accezione di “felice, lieto, contento”. Possiamo intuirlo aprendo il libro dei salmi, il libro della nostra vita verticale, imbattendoci nel termine da subito, dalla prima parola del primo salmo: «beato l’uomo che non percorre la via dei malvagi». Il salmo collega beatitudine e cammino come nella illuminante ermeneutica di André Chouraqui: “beato” significa «in cammino, in piedi, in marcia, avanti, voi che non seguite la strada dei malvagi, non arrendetevi, non lasciate cadere le braccia». 
In cammino voi poveri; in piedi voi miti; avanti, in marcia, fate il primo passo, in piedi voi che siete a terra, rialzatevi, ricominciate. Dio cammina con voi. 
«La Provvidenza conosce solo uomini in cammino» (san Giovanni Calabria). 
Tratto da Avvenire del 3 marzo 2024

NESSUNO SI SALVA DA SOLO

Venerdì 20 marzo del 2020, in una piazza San Pietro incredibilmente vuota, papa Francesco pregava Dio perché ci aiutasse contro la pandemia. In quell’occasione, richiamando l’immagine degli apostoli nella tempesta, ci ricordava che non potevano andare ciascuno per conto proprio, ma che solo insieme potevano farcela, perché “Nessuno si salva da solo”. 
Non so che ne pensiate voi, ma a me sembra che invece di aprirci agli altri ci siamo chiusi in noi stessi, o meglio, il post covid ci ha reso affamati di vita e di relazioni che tendiamo a vivere, però, nella frenesia e nella superficialità. Fondamentalmente, pur cercando di stare con gli altri, siamo concentrati solo su noi stessi e sull’appagamento dei nostri bisogni. Ho l’impressione (condivisa con molti colleghi) che sempre di più siano gli alunni che fanno tanta difficoltà a comprendere gli stati d’animo degli altri, a regolare i propri comportamenti a seconda del contesto e dei momenti, a sostenere il confronto con un no o con un’opinione che contrasta con la propria, o anche a chiedere aiuto senza dover immancabilmente accusare gli altri del proprio malessere. 
Vogliamo parlare anche dei genitori? La fragilità dei figli è sempre colpa della Scuola, con la quale non è possibile collaborare, ma alla quale invece si rivolge la pretesa che non crei problemi e si adegui agli orari, agli svaghi e agli impegni familiari. Ma questo è un altro discorso😉. 
Con gli studenti di prima media ho creato una caccia al tesoro sulla Bibbia (che ho inserita in un post precedente) che, tra i vari giochi e proposte di attività ne conteneva una che portava proprio alla costruzione della frase “Nessuno si salva da solo”. Ma cosa c’entra questa frase con la Bibbia? 
Gregorio Magno definì la Bibbia come una lettera d’amore che Dio ha scritto a noi esseri umani per aiutarci a comprendere il senso di noi stessi, della vita, della ricerca di felicità. La Bibbia non è tanto un libro che racconta la storia di Dio, ma casomai la storia di un Dio che le fa tutte (perdonate l’espressione) per entrare in relazione con noi, perché, come dice la Dei Verbum, Egli vuole renderci partecipi della sua vita divina. La Bibbia allora ci presenta la storia umana come manifestazione della volontà salvifica di Dio, che ci coinvolge tutti e tutti siamo chiamati, così come Dio si prende cura di noi, a prenderci cura gli uni degli altri. 
Gesù ci ha insegnato come l’amore verso Dio non è autentico se non è unito all’amore per gli altri e che nel giorno del Giudizio verremo chiamati a rendere conto della cura che avremo avuto verso i più bisognosi. Nessuno si salva da solo perché non ci auto-salviamo ma abbiamo bisogno di rimanere nella relazione con Dio, ma anche perché siamo chiamati a “incarnare” questa relazione nell’amore verso il prossimo. 
Attraverso la Bibbia Dio ci dice il suo amore e ci invita a vedere il mondo con i suoi occhi, che sanno andare oltre l’apparenza e sanno cogliere quanto di vero e buono ci può essere in ognuno di noi. Soltanto con quello sguardo possiamo accostarci agli altri, vedendo in ciascuno la possibilità che ci viene offerta per contribuire alla costruzione di un mondo più umano. 
Quando ci crediamo onnipotenti tradiamo la nostra umanità, diventiamo nemici gli uni gli altri, facciamo del Mondo un Inferno 😔.



Quando tutto crolla

Ho seguito con commozione il monologo di Allevi all’Ariston di Sanremo. In questo momento sono molto sensibile a certi argomenti 😄. La fragilità, che Allevi non ha avuto alcuna remora a nascondere, diventa la vera forza dell’essere umano, quando non si chiude in se stesso ma si apre al Tutto. Bellissime parole, le sue, che vi consegno integralmente. 
 “All’improvviso mi è crollato tutto. Non suono più il pianoforte davanti ad un pubblico da quasi due anni. Nel mio ultimo concerto, alla Konzerthaus di Vienna, il dolore alla schiena era talmente forte che sull’applauso finale non riuscivo ad alzarmi dallo sgabello. E non sapevo ancora di essere malato. Poi è arrivata la diagnosi, pesantissima. Ho guardato il soffitto con la sensazione di avere la febbre a 39 per un anno consecutivo.Ho perso molto, il mio lavoro, ho perso i miei capelli, le mie certezze, ma non la speranza e la voglia di immaginare. Era come se la malattia mi porgesse, assieme al dolore, degli inaspettati doni. Quali? Vi faccio un esempio.… Non molto tempo fa, prima che accadesse tutto questo, durante un concerto in un teatro pieno, ho notato una poltrona vuota. Come una poltrona vuota?! Mi sono sentito mancare! Eppure, quando ero agli inizi, per molto tempo ho fatto concerti davanti ad un pubblico di quindici, venti persone ed ero felicissimo! Oggi….dopo la malattia, non so cosa darei per suonare davanti a quindici persone. I numeri…non contano! Sembra paradossale detto da qui. Perché ogni individuo, ognuno di noi, ognuno di voi, è unico, irripetibile e a suo modo infinito. Un altro dono! La gratitudine nei confronti della bellezza del Creato. Non si contano le albe e i tramonti che ho ammirato da quelle stanze d’ospedale. Un altro dono. La riconoscenza per il talento dei medici, degli infermieri, di tutto il personale ospedaliero. Per la ricerca scientifica, senza la quale non sarei qui a parlarvi. La riconoscenza per l’affetto, la forza, l’esempio che ricevo dagli altri pazienti, i guerrieri, così li chiamo. E lo sono anche i loro familiari, e lo sono anche i genitori dei piccoli guerrieri. Quando tutto crolla e resta in piedi solo l’essenziale, il giudizio che riceviamo dall’esterno non conta più. Io sono quel che sono, noi siamo quel che siamo. E come intuisce Kant alla fine della Critica della Ragion Pratica, il cielo stellato può continuare a volteggiare nelle sue orbite perfette, io posso essere immerso in una condizione di continuo mutamento, eppure sento che in me c’è qualcosa che permane! Ed è ragionevole pensare che permarrà in eterno. Io sono quel che sono. Voglio andare fino in fondo con questo pensiero. Se le cose stanno davvero così, cosa mai sarà un giudizio dall’esterno? Voglio accettare il nuovo Giovanni. Come dissi in quell’ultimo concerto a Vienna, non potendo più contare sul mio corpo, suonerò con tutta l’anima. Il brano si intitola Tomorrow, perché domani, per tutti noi, ci sia sempre ad attenderci un giorno più bello!”



CACCIA AL TESORO SULLA BIBBIA

Vi propongo un’attività pensata per le classi prime. E’ stata realizzata con Genially e può offrire da spunto per qualcosa di analogo, visto che non può essere utilizzata tout court in quanto fa richiami al libro di testo adottato (Il nuovo che vita, de La Spiga-San Paolo).