Beatitudini, la Magna Charta di Gesù

Primo giorno di scuola del maestro Gesù, all’aperto, sulla collina, il cielo come soffitto, l’erba per pavimento, l’abside del lago sullo sfondo. E il primo argomento che il giovane rabbi di Nazaret tratta nella sua prima lezione, è il tema della felicità: beati voi, ripete per otto volte. La prima rivelazione: Dio vuole figli felici. 
La vita è e non può che essere una ricerca di felicità. La felicità sempre provvisoria dei viandanti. E invece di un discorso alla Robin Williams, nel film L’attimo fuggente, uno di quei discorsi accattivanti e piacioni, fa una lezione drammatica e impopolare. Parla di poveri, di perseguitati, di piangenti, di affamati. Sceglie le ferite delle persone: le Beatitudini sono ferite che diventano feritoie, in cui si affaccia una terra nuova e felice. 
La genialità di Gesù: non imposta il suo progetto su di una morale umana, ma su di una lieta notizia: Dio regala gioia a chi produce amore, aggiunge vita a chi edifica pace. 
Le Beatitudini non raccolgono precetti o divieti, di cui rendere conto, ma sono la bella notizia che chi somiglia a Gesù, affamato di giustizia e di pace, cuore limpido e mite, vive meglio, umanizza il mondo, apre brecce nel muro della storia per sbirciare dentro il Regno, in una umanità nuova e migliore. Una differenza sostanziale rispetto alle dieci parole è il fatto di passare dall’ubbidire a degli ordini all’ubbidire solo alla felicità. 
La beatitudine posta in apertura al primo discorso di Gesù è la chiave di volta, la condizione perché esistano tutte le altre: beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli (Mt 5,3) […]. 
Ci saremmo aspettati: beati perché ci sarà un capovolgimento, la ricchezza passerà in mano vostra. Beati perché sarete i ricchi di domani. No. Il progetto di Dio è più profondo e più delicato. 
Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno, è con voi che Dio cambierà la storia, non con i potenti. Il Signore vuole vedere il mondo con gli occhi dei piccoli e dei poveri. Solo se proviamo anche noi a vedere il mondo così, con lo sguardo dei deboli e degli ultimi, solo allora potrà cambiare questa nostra storia. L’economia della piccolezza attraversa l’intera Bibbia e ne rappresenta un’anima profondissima. Quella di Abele, delle donne sterili e madri, di Giuseppe venduto, di Amos e Geremia, di Betlemme, delle Beatitudini, del Golgota. Dio si rivela a Elia come una sottile voce di silenzio, solo una voce, non si vede e non si tocca; si sceglie come alleato il più piccolo tra i popoli, diventa bambino e poi lascia suo figlio e i nostri figli appesi a una croce. Prendere sul serio l’economia della piccolezza e della povertà ci porta a guardare il mondo in altro modo, e anche le nostre ferite. A cercare i re di domani tra gli scartati e tra i poveri di oggi, a prendere molto sul serio i giovani e i bambini, a trovare meriti là ove l’economia della grandezza sa vedere solo demeriti
La prima beatitudine riemerge come prima motivazione nel discorso inaugurale di Gesù nella sinagoga di Nazaret (Luca 4,18): sono venuto a portare una lieta notizia ai poveri […]. «Il primo sguardo di Gesù nel Vangelo non si posa mai sul peccato dell’uomo, mai, ma sempre sul suo dolore o sul suo bisogno» (Johann Baptist Metz). Beati i poveri in spirito, specifica Matteo: davanti a Dio per l’anima non c’è nulla di meglio che essere nulla, pura trasparenza, come l’aria davanti al sole (Simone Weil). La preoccupazione dell’annunciatore è di essere infinitamente piccolo, solo così l’annuncio sarà infinitamente grande (Giovanni Vannucci). 
Le prime parole di Gesù dicono a tutti i disincantati di allora, a tutti i delusi di oggi: smettetela di essere tristi e sfiduciati, ascoltate, qualcuno ha una cosa bellissima da dirvi, così bella che appare incredibile...La notizia bellissima è questa: Dio è per i poveri, contro la povertà; è all’opera, qui tra le colline e il lago, per le strade di Cafarnao, in cammino su questi sentieri. Per umanizzare la vita e farla respirare. C’è polline divino nel mondo. Il Regno viene, è vicino, è qui, viene e fa fiorire la vita in tutte le sue forme. Beato, che ricorre più di cento volte nelle Scritture, ha un significato più vasto dell’immediata accezione di “felice, lieto, contento”. Possiamo intuirlo aprendo il libro dei salmi, il libro della nostra vita verticale, imbattendoci nel termine da subito, dalla prima parola del primo salmo: «beato l’uomo che non percorre la via dei malvagi». Il salmo collega beatitudine e cammino come nella illuminante ermeneutica di André Chouraqui: “beato” significa «in cammino, in piedi, in marcia, avanti, voi che non seguite la strada dei malvagi, non arrendetevi, non lasciate cadere le braccia». 
In cammino voi poveri; in piedi voi miti; avanti, in marcia, fate il primo passo, in piedi voi che siete a terra, rialzatevi, ricominciate. Dio cammina con voi. 
«La Provvidenza conosce solo uomini in cammino» (san Giovanni Calabria). 
Tratto da Avvenire del 3 marzo 2024

NESSUNO SI SALVA DA SOLO

Venerdì 20 marzo del 2020, in una piazza San Pietro incredibilmente vuota, papa Francesco pregava Dio perché ci aiutasse contro la pandemia. In quell’occasione, richiamando l’immagine degli apostoli nella tempesta, ci ricordava che non potevano andare ciascuno per conto proprio, ma che solo insieme potevano farcela, perché “Nessuno si salva da solo”. 
Non so che ne pensiate voi, ma a me sembra che invece di aprirci agli altri ci siamo chiusi in noi stessi, o meglio, il post covid ci ha reso affamati di vita e di relazioni che tendiamo a vivere, però, nella frenesia e nella superficialità. Fondamentalmente, pur cercando di stare con gli altri, siamo concentrati solo su noi stessi e sull’appagamento dei nostri bisogni. Ho l’impressione (condivisa con molti colleghi) che sempre di più siano gli alunni che fanno tanta difficoltà a comprendere gli stati d’animo degli altri, a regolare i propri comportamenti a seconda del contesto e dei momenti, a sostenere il confronto con un no o con un’opinione che contrasta con la propria, o anche a chiedere aiuto senza dover immancabilmente accusare gli altri del proprio malessere. 
Vogliamo parlare anche dei genitori? La fragilità dei figli è sempre colpa della Scuola, con la quale non è possibile collaborare, ma alla quale invece si rivolge la pretesa che non crei problemi e si adegui agli orari, agli svaghi e agli impegni familiari. Ma questo è un altro discorso😉. 
Con gli studenti di prima media ho creato una caccia al tesoro sulla Bibbia (che ho inserita in un post precedente) che, tra i vari giochi e proposte di attività ne conteneva una che portava proprio alla costruzione della frase “Nessuno si salva da solo”. Ma cosa c’entra questa frase con la Bibbia? 
Gregorio Magno definì la Bibbia come una lettera d’amore che Dio ha scritto a noi esseri umani per aiutarci a comprendere il senso di noi stessi, della vita, della ricerca di felicità. La Bibbia non è tanto un libro che racconta la storia di Dio, ma casomai la storia di un Dio che le fa tutte (perdonate l’espressione) per entrare in relazione con noi, perché, come dice la Dei Verbum, Egli vuole renderci partecipi della sua vita divina. La Bibbia allora ci presenta la storia umana come manifestazione della volontà salvifica di Dio, che ci coinvolge tutti e tutti siamo chiamati, così come Dio si prende cura di noi, a prenderci cura gli uni degli altri. 
Gesù ci ha insegnato come l’amore verso Dio non è autentico se non è unito all’amore per gli altri e che nel giorno del Giudizio verremo chiamati a rendere conto della cura che avremo avuto verso i più bisognosi. Nessuno si salva da solo perché non ci auto-salviamo ma abbiamo bisogno di rimanere nella relazione con Dio, ma anche perché siamo chiamati a “incarnare” questa relazione nell’amore verso il prossimo. 
Attraverso la Bibbia Dio ci dice il suo amore e ci invita a vedere il mondo con i suoi occhi, che sanno andare oltre l’apparenza e sanno cogliere quanto di vero e buono ci può essere in ognuno di noi. Soltanto con quello sguardo possiamo accostarci agli altri, vedendo in ciascuno la possibilità che ci viene offerta per contribuire alla costruzione di un mondo più umano. 
Quando ci crediamo onnipotenti tradiamo la nostra umanità, diventiamo nemici gli uni gli altri, facciamo del Mondo un Inferno 😔.



Dalla parabola dei Talenti alle Beatitudini

Agli studenti ho proposto una lettura un po’ insolita della parabola dei talenti arrivando ad associarla al Discorso della Montagna.
Solitamente noi interpretiamo il talento come le capacità che abbiamo (saper cantare bene, giocare a calcio come un campione, essere un asso nella matematica, ecc….), ma la parabola ci dice che quell’uomo,  «partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì» (Mt 25, 14-15). La capacità è quindi la condizione che fa sì che ognuno di loro riceva un numero diverso di talenti. La diversità del numero non deve però essere intesa come una sorta di preferenza che quel signore ha per uno piuttosto che per l’altro, ma come una grande sensibilità che lo porta a non dare a nessuno di loro un compito che va oltre le proprie capacità personali. Insomma, questo signore è un uomo giusto, perché, come diceva don Milani, “Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali”.
La parabola è un genere letterario che sollecita il paragone: il signore è Dio, i servitori siamo noi. E il talento? sicuramente è un dono di Dio che siamo chiamati a mettere a frutto. Quale dono? mi viene da pensare alla possibilità di bene che Dio ha dato ad ognuno di noi e che ciascuno è chiamato a realizzare con le capacità che ha. 
Il tempo che stiamo vivendo ci interpella a non fare come il terzo servo della parabola: il mondo ha bisogno di persone che testimonino che il Bene (quello con la B maiuscola perché è quello vero, quello che rispetta la dignità di ogni essere umano) è possibile, anche in mezzo a tanto male. 
Proprio per sottolineare che il Bene è la scelta che va fatta se vogliamo essere felici, Gesù ha stilato un elenco di Beatitudini, cioè di scelte che ci portano alla felicità, proprio perché sono scelte concrete di Bene. Se prendete la versione di Matteo (capitolo 5)  potete arrivare a contare 10 Beatitudini (rallegratevi ed esultate sono le ultime due). Il numero 10 richiama il Decalogo e come per il Decalogo  anche questo elenco è per la felicità dell’uomo (vedi Dt 5, 32). Una felicità che non ha nulla a che fare con il potere, la prepotenza, l’indifferenza, il rancore, ecc…. , ma che si realizza operando con umiltà, impegnandosi per la pace e la giustizia, non cercando la vendetta, non rimanendo indifferenti alla sofferenza dell’altro….
In sintesi, la strada da seguire è quella che rende concreta la possibilità di Bene. Ognuno è chiamato a farlo con le capacità che ha, ma guai a chi per pigrizia, per tornaconto personale, per insensibilità, per indifferenza, ecc… non avrà operato per il Bene, perché di questo Bene mancato dovrà rendere conto. Avete mai sentito parlare dei peccati di omissione? Per vigliaccheria, distrazione, quieto vivere, chiudiamo gli occhi o voltiamo la testa dall’altra parte e non facciamo quel Bene che avremmo potuto.  Essere cristiani secondo il Vangelo, significa essere presenti nel mondo e nella storia. «Dio non ci chiederà – ha detto  papa Francesco nell’omelia di una delle giornate mondiali dei poveri – se avremo avuto giusto sdegno ma se avremo fatto del bene».
Nell’immagine che segue sono contenuti tanti nomi. Alcuni conosciuti, altri meno, ma si tratta di uomini e donne che hanno vissuto pienamente la propria vita perché hanno cercato di costruire il Bene. Credo che ognuno di loro ci conferma che vivere le Beatitudini è possibile, se si permette a Dio di starci accanto.



Un ateo e il Natale

Una bellissima pagina su Maria del filosofo francese Jean Paul Sartre. 
Scrisse queste righe per il Natale del 1940, quando si trovava nel campo di prigionia di Treviri, dove rimase fino al 1941. Quanto è lontano questo testo dall’esistenzialismo senza prospettive soprannaturali di cui diverrà maestro! 
In fondo ognuno di noi ha la capacità di cogliere il soprannaturale e più che pretendere risposte dalla religione, dovremmo chiederle che ci aiuti a farci le domande giuste, quelle che ci incamminano verso il senso da dare alla vita. Da questa disponibilità l’incontro con Dio arriverà come grazia. 
Queste righe sono di una tenerezza incredibile verso la figura di Maria. E’ attraverso di lei che possiamo cogliere la meraviglia di questo Dio che si fa toccare.


«Ciò che bisognerebbe dipingere sul viso di Maria è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne e il frutto del suo ventre. L’ha portato per nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. E in certi momenti, la tentazione è così forte che dimentica che è Dio, lo stringe tra le sue braccia e dice: piccolo mio! Ma in altri momenti rimane interdetta e pensa: Dio è là!. E si sente presa da un orrore religioso per questo Dio muto, per questo bambino che mette paura. Poiché tutte le madri sono così attratte davanti a questo frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino che si sentono in esilio davanti a questa nuova vita che è stata fatta con la loro vita e che popolano di pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato più crudelmente e più rapidamente strappato a sua madre, poiché egli è Dio ed oltre tutto ciò che lei può immaginare. Ed è una dura prova per una madre aver vergogna di sé e della sua condizione umana davanti a suo figlio. Ma penso che ci sono anche altri momenti, rapidi e difficili, in cui sente nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio. Lo guarda e pensa: questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia. E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo, che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive. Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride». 
(Jean Paul Sartre, Bariona o il figlio del tuono: racconto di Natale per cristiani e non cristiani)

Giuseppe Flavio e la storicità di Gesù

Uno dei più importanti documenti non cristiani che sostiene l’esistenza storica di Gesù è il “Testimonium Flavianum”, ovvero la pagina dedicata a Gesù di Nazaret dallo storico ebreo Giuseppe Flavio nell’opera “Antichità giudaiche”, scritta in lingua greca attorno al 93 d.C. 
Luciano Canfora, antichista, docente di filologia greca e latina, ha analizzato questo testo ed è arrivato alla conclusione che il Testimonium (e l’attribuzione a Giuseppe Flavio) sia autentico. Il fatto che tale affermazione venga da un intellettuale marxista molto impegnato la rende ancora più interessante. 

Prendo in prestito le parole di Antonio Socci che nel suo blog Lo straniero ha riportato questa notizia.

Perché è importante il Testimonium? 
Perché conferma l’assoluta attendibilità storica degli eventi di Gesù narrati nei Vangeli. 
Il suo autore, Giuseppe Flavio, è una personalità molto rilevante. Nasce attorno al 37 d.C., appartiene a una delle principali famiglie sacerdotali di Gerusalemme ed è imparentato con la dinastia degli Asmonei. Compie delicate missioni diplomatiche e nel 66 d.C., cominciata la rivolta contro la dominazione romana, viene nominato capo militare delle forze ribelli in Galilea. Di fronte alla sconfitta si consegna ai romani e predice al generale Tito Flavio Vespasiano che sarebbe diventato imperatore. Poi Gerusalemme fu espugnata dai romani, il Tempio distrutto e gli ebrei subirono una strage terrificante. Giuseppe non solo fu liberato dall’Imperatore, ma fu protetto e addirittura “adottato” dalla famiglia Flavia. Nella sua nuova vita di corte, a Roma, fu autore di importanti opere storiche, come – appunto – le “Antichità giudaiche” e “La guerra giudaica”, dove attribuisce la catastrofe bellica agli zeloti. 
I suoi libri sono preziose fonti di informazioni storiche sul mondo ebraico. Egli scrive – fra gli altri – di Giovanni Battista e del martirio dell’apostolo Giacomo, cugino di Gesù e capo della comunità cristiana di Gerusalemme. 
Il famoso passo su Gesù (che riporto nella versione di Canfora) è questo: 

In quel lasso di tempo appare Gesù, uomo sapiente, sempre che si debba definirlo ‘uomo’. Era infatti facitore di mirabilia, maestro di uomini: di quelli che con diletto accolgono le verità. E molti Ebrei e molti dell’elemento greco [pagano] attraeva a sé. Il Cristo lui era! E dopo che, su denuncia dei nostri notabili [primores], Ponzio Pilato l’ebbe condannato alla croce, per lo meno quelli che per primi gli si erano affezionati non smisero. A costoro riapparve infatti [come] vivo tre giorni dopo [la morte]: questo e miriadi di altre cose mirabolanti su di lui avevano detto i divini profeti. E ancora adesso non ha smesso di esistere la ‘tribù’ dei ‘cristiani’, che da lui prendono nome”. 
E’ una testimonianza clamorosa, perché conferma la storicità del racconto dei vangeli (la predicazione di Gesù, i miracoli, la crocifissione e la resurrezione), ma anche perché è scritta da una tale personalità. Giuseppe infatti era nato a Gerusalemme nel 37 in una famiglia sacerdotale che faceva parte parte dell’élite del Tempio durante i fatti di Gesù. I suoi erano stati testimoni diretti dei fatti. Lui stesso visse a Gerusalemme negli anni immediatamente successivi. Dunque nessuno come lui poteva smentire quanto era riferito nei Vangeli. Invece lo conferma in pieno. Se, dal giorno in cui si diffuse a Gerusalemme la notizia della resurrezione di Gesù di Nazaret, le autorità avessero sbugiardato i “galilei”, indicando a tutti dov’era il sepolcro contenente ancora il corpo del crocifisso, Giuseppe Flavio avrebbe scritto che la notizia della resurrezione si era rivelata falsa. Ma così non fece. E neanche riporta la versione ufficiale delle autorità del tempo (che il corpo era stato trafugato dai suoi discepoli). 
Oggi Canfora, da filologo, conferma l’attribuzione a Giuseppe Flavio di questo testo. Ritiene che vi siano solo due frasi “inserite o ritoccate tardivamente” e sarebbero: “se pure lo si può definire uomo” ed “Egli era il Cristo”. 

Il giornalista Socci contesta questa posizione affermando che
«per la prima frase si osserva che pure altrove Giuseppe usa iperboli simili riferite a grandi personalità religiose. Per la seconda frase è stato obiettato che uno scriba cristiano non avrebbe mai detto che Gesù “era” il Messia, il Cristo, ma che “è”. Quell’espressione, invece, appare coerente col pensiero di Giuseppe Flavio per il quale Gesù era un “messia sacerdotale” dei due o tre descritti in certe scritture esseniche, mentre il messia guerriero che portava la pace, secondo lui, era proprio Vespasiano. 
Tuttavia, al di là di questi dettagli (che, anche “corretti”, non cambiano la sostanza), la vera notizia è l’autenticità del Testimonium».

Le novità della Messa

Domani chi andrà in chiesa potrebbe accorgersi di qualche cambiamento. 
Con l’inizio dell’Avvento, il tempo che prepara il Natale, in molte diocesi entrerà in uso il nuovo “Messale”. Come dice il nome stesso è il volume in cui sono raccolti le preghiere, le formule, i gesti della Messa. Il librone, per intenderci, che legge il sacerdote mentre celebra. 
Le novità non sono da poco. La più evidente riguarda il Padre Nostro: d’ora in poi anziché “non ci indurre in tentazione” diremo: “non abbandonarci alla tentazione”. In questo modo, come più volte sottolineato da papa Francesco, viene superata anche l’idea, sbagliata, che sia il Signore a volermi mettere in difficoltà, mentre Egli fa l’esatto contrario, se perdo l’equilibrio mi aiuta a rialzarmi. 
Sempre nel Padre Nostro va aggiunto un “anche” dopo il ”come” che indica l’impegno a comportarci verso chi ci deve qualcosa come fa Dio con noi. Diremo dunque, la novità è tra parentesi, “rimetti a noi i nostri debiti come (anche) noi li rimettiamo ai nostri debitori”. 
“Nuovo” anche il Gloria, che peraltro, non si recita in Avvento. La frase “pace in terra agli uomini di buona volontà” viene sostituita da “pace in terra agli uomini, amati dal Signore”. 
Naturalmente questi cambiamenti non sono casuali ma il frutto di un lungo percorso di studio e ricerca. Con due obiettivi: essere più fedeli alla lingua in cui le preghiere, le formule sono state composte e farsi capire meglio. Senza per questo impoverire il valore, l’importanza dei concetti espressi durante la Messa. Il nuovo Messale diventerà obbligatorio da Pasqua, il 4 aprile 2021. 
Naturalmente servirà buona volontà per abituarsi ma visto che i cambiamenti arrivano dopo 16 anni di lavoro, che i fedeli incontrino qualche difficoltà appare normale. L’importante sarà provare da subito a usare il nuovo linguaggio. Che, giustamente, è anche più attento alle donne, più “inclusivo”. Così all’atto penitenziale, le novità sono tra parentesi, diremo: “Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli (e sorelle)”. E poi: “E supplico la beata sempre Vergine Maria, gli angeli, i santi e voi fratelli (e sorelle)”.
Tratto da Popotus (supplemento di Avvenire) del 26/11/2020

Spiegazione del Padre nostro

Possiamo definire il Padre nostro la preghiera delle preghiere. In un post di molti anni fa lo definivo una sorta di vademecum per vivere da cristiani. Vediamo di entrare nel significato più profondo per coglierne maggiormente il senso. A Dio non interessa certo che recitiamo parole a memoria!

L’apertura si questa preghiera definisce già la natura del rapporto con Dio: siamo figli che si rivolgono al Padre con totale fiducia e amore, con la certezza di poter trovare sempre ascolto, perdono, accoglienza. Non solo. Nel dire nostro, si sottolinea che Dio è Padre di tutti gli uomini e le donne, senza distinzione. Non importa da dove uno venga, quale sia la sua storia, cosa abbiamo fatto di buono o di cattivo. Dio c’è, per lui o lei, ed è pronto ad accoglierlo nel proprio abbraccio in ogni istante.
La preghiera prosegue con altre frasi che identificano Dio come Signore di ogni cosa. Diciamo infatti “che sei nei Cieli”, non per indicare che Lui è lontano da noi, ma per ricordare che, da dove si trova, Egli sa tutto, vede tutto, può tutto, e non per questo smette di essere Nostro Padre.
Da questo punto in poi si susseguono tre dichiarazioni che manifestano l’impegno alla testimonianza (sia santificato il tuo nome), alla fedeltà (venga il tuo regno) e all’amore e totale fiducia in Dio (sia fatta la tua volontà).
“Sia santificato il tuo nome” significa che compito di ogni fedele è quello di glorificare il nome di Dio e renderlo noto a tutti, anche a chi non lo conosce. Con questa formula preserviamo il nome di Dio dal disprezzo, dalla blasfemia di chi non lo riconosce, inneggiamo a Lui con rispetto e gioia, augurandoci che venga rispettato e amato da tutti.
“Venga il tuo regno” è un augurio per rivolgiamo più a noi stessi che a Dio, perché manifestiamo da un lato la speranza che il volere di Dio si compia, che Gesù torni, per la salvezza degli uomini, dall’altro la volontà a fare del nostro meglio perché ogni giorno, intorno a noi, il regno di Dio esista, viva, anche grazie alle nostre buone azioni, al bene che facciamo per i nostri fratelli. Il paradiso può essere molto più vicino di quanto si possa pensare, se ci impegniamo per renderlo reale, per costruirne un pezzetto ogni giorno.
“Sia fatta la tua volontà” vuol dire che che chiediamo a Dio di aiutarci a riconoscere ogni giorno  il suo volere accettandolo con umiltà e fede. Non saremo mai abbastanza lungimiranti, abbastanza saggi, per conoscere il grande piano divino, ma riconoscendone e richiedendone il compimento possiamo ugualmente esserne parte.
Ecco quindi che la preghiera aggiunge “come in cielo, così in terra”: come in cielo gli angeli circondano il trono celeste, glorificando Dio in ogni istante, così dovrebbe essere anche sulla terra, così dovremmo fare noi tutti, per quanto piccoli, indegni. È un altro modo per ricordarci che il paradiso comincia qui, sulla Terra, e che spetta a noi il compito di costruirlo, con la benevolenza di Dio.
Seguono tre richieste: la richiesta del sostegno di Dio (dacci oggi il nostro pane quotidiano), quella del perdono dei peccati (rimetti a noi i nostri debiti), e infine quella di salvezza (e non esporci alla tentazione, ma liberaci dal male).
“Dacci oggi il nostro pane quotidiano” è una richiesta a Dio di darci ciò che davvero ci serve, ciò che
davvero conta. Ma non soltanto ciò che spiritualmente unisce a Dio, ma anche quello che che ci è necessario per il sostentamento. Chiediamo quindi a Dio di darci ciò che ci occorre, e, sottinteso, di liberarci dal desiderio di ciò che è superfluo.
A Dio chiediamo anche di perdonare i nostri peccati, ma non solo: gli chiediamo anche di renderci capaci di perdonare coloro i quali ne hanno compiuti contro di noi. Siamo noi i primi fautori della nostra salvezza: se non impariamo a perdonare i nostri nemici, come possiamo pretendere che Dio perdoni noi? Ecco allora la formula “rimetti a noi i nostri debiti” come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Nessuna preghiera ha valore se non è sostenuta da buone azioni, dal sincero pentimento, dalla reale volontà di fare bene.
Anche la terza richiesta, “e non abbandonarci alla tentazione”, si rifà alla necessità, da parte nostra, di vivere con rettitudine e virtù, di mostrare forza, coraggio, davanti alle avversità, e temperanza e saggezza davanti al peccato, alle tentazioni che il diavolo metterà lungo il nostro cammino. Per questo preghiamo Dio, non tanto perché non ci faccia incontrare queste tentazioni, quanto perché ci renda abbastanza forti per affrontarle e vincerle.
Quando chiediamo a Dio “ma liberaci dal male” lo preghiamo di sostenerci nella nostra battaglia quotidiana, perché noi non siamo ancora come Gesù, non siamo forti come Lui, grandi come Lui, e da soli fatichiamo a volte a combattere contro il male che si manifesta con inganni, tentazioni, difficoltà, affanni. Ancora una volta quello che chiediamo a Dio non è che Lui combatta per noi contro il Male, ma che renda noi abbastanza forti per affrontare e vincere la nostra guerra quotidiana.
(Liberamente adattato da https://www.holyart.it/)

Brigida, Caterina, Edith: proposta didattica

Giovanni Paolo II volle queste tre donne compatrone d’Europa insieme a Benedetto da Norcia e ai fratelli Cirillo e Metodio. Già in un altro post (vedi qui) accennavo brevemente alla loro storia. L’attività che voglio proporre agli alunni del primo Liceo Scienze Umane è quella di scoprire la vita e le scelte di queste donne, nonché i motivi che spinsero Giovanni Paolo II a sceglierle come compatrone d’Europa (vedere qui), costruendo una sorta di carta d’identità che contenga le seguenti informazioni:
– Background (contesto storico, geografico, sociale)
– Principali eventi e risposte Sviluppo: problema, obiettivo, risultato
– Interazioni memorabili: citazione, azione, interazioni
– Impressione personale



Il cristianesimo è verità, così percepisco l’amore di Dio

Dall’intervista di Famiglia Cristiana a Eugenio Campagna rivelazione del talent show X Factor.

Dalla selezione delle canzoni scelte per X Factor, sembra che lei non disdegni i temi delicati, come la depressione, la dipendenza da farmaci, i disturbi alimentari…
 «In una recente canzone, Luca Carboni diceva che non si può parlare della morte in una canzone pop. Ha ragione: anche se suona assurdo, è difficile affrontare certi temi quando ci si rivolge a un pubblico mainstream… Al massimo si canta la sofferenza per essere stati lasciati. Ecco, personalmente mi piacerebbe andare un po’ più a fondo, esplorare meglio la vita in tutte le sue emozioni. Lo farei con leggerezza, di certo senza propormi come guida spirituale o mental coach!»
Si terrà dunque alla larga da testi espliciti sulla fede?
 «Il cristianesimo non è nient’ altro che la verità. Non a caso ci sono delle canzoni, scritte da atei, che sono profondamente cristiane. In famiglia sono sempre stato visto come quello “bravo” che va in Chiesa. Ma bravo in cosa? Conosco molte persone, lontane dalla religione, di gran lunga più cristiane di me. A volte penso che Dio si sia avvicinato a me solo perché mi doveva riprendere, altrimenti avrei fatto una brutta fine. Da giovane ero molto turbolento. La fede mi ha indirizzato. Non ho un innato senso di comunità, carità e solidarietà che trovo invece in altri».
Quando ha iniziato a frequentare la Chiesa?
«Da subito. Sono figlio di genitori divorziati, non particolarmente credenti, ma fin da piccolo mi affascinava l’ idea che in Chiesa si suonasse. Ho iniziato così, unendomi al coro parrocchiale, per poi continuare. Tra l’ altro la mia catechista era bravissima: se a scuola facevo dei gran macelli, a catechismo ero diligente perché mi interessava quello che si diceva. Il “dopo Cresima” è stata un’ esperienza altrettanto esaltante: ho vissuto esperienze bellissime nella mia parrocchia». 
Per esempio?
 «La Giornata mondiale della gioventù di Madrid, nel 2011, con papa Benedetto XVI. Però l’ esperienza che ha inciso maggiormente è stata la malattia di Chiara: una ragazza che era il collante del nostro gruppo parrocchiale. È morta di tumore, nel giro di pochissimo tempo. Quando succede una cosa così, c’ è chi si sente tradito da Dio. Lei no: era serena, fino alla fine. Tutto il nostro gruppo ha vissuto la malattia insieme a lei, pregando e tenendole compagnia. È impressionante come la sua scomparsa ci abbia unito, riportandoci all’essenza delle cose. Dopo che è morta, eravamo tutti più attaccati alla vita: alcuni si sono sposati, io ho chiuso un rapporto sentimentale che non funzionava». Quanto è importante avere dei riferimenti spirituali lungo il cammino di fede? 
«Negli ultimi anni si è un po’ persa la figura del prete o del padre spirituale, eppure all’interno della Chiesa ci sono persone, anche giovani, preparate e profonde, che sono pronti ad accogliere il dolore umano e a tradurlo con l’ amore di Dio».
Cosa cambia?
«Non allevia necessariamente il dolore, ma gli dà un nome. Solo così si può accettare la propria storia personale, che non sempre è chiara. Io mi confronto molto con un prete, si chiama padre Dominic».
Cosa replica a chi sostiene che la fede è un rifugio per le persone deboli che non riescono a reggere l’ urto della vita? 
«Esistono davvero persone forti nel mondo? Non penso. Una volta, ero andato a confessarmi da padre Antonio, un altro prete molto bravo e molto empatico, e ammisi che era da tempo che non pregavo. Mi ha chiesto: “Ah, e allora per cosa stai vivendo?”. È una domanda importante, che ora mi rifaccio spesso: per cosa stai vivendo? Dov’è il tuo cuore? Se non è con Dio, se non guardi verso l’ alto, dove stai guardando? In basso? Ricordo ancora il confronto con don Antonio. Parlando con lui capii che il mio cuore era chiuso nelle cose, nell’ambizione. Mi chiese: “Come stai?”. La mia risposta fu: “Male”. Non fu necessario aggiungere altro: come le dicevo, è tutto molto semplice per certi versi… Per me la fede è questo: farmi tornare con i piedi per terra, farmi tornare alle priorità vere».
Non deve essere stato facile farlo durante X Factor.
«Invece è stata un’ esperienza formativa, oltre che professionalmente decisiva. Finché sei in gara, vivi nel loft: da solo, senza famiglia, fidanzata, cellulare. Tanto per incominciare mi sono disintossicato dal telefono: non è poco. Ho inoltre letto I racconti del pellegrino russo, una bella storia di fede sul tema della preghiera continua. Infine credo di essere stato il primo concorrente ad aver fatto aggiungere all’ordine del giorno di X Factor la Messa alla domenica. Ci andavo insieme ad altri ed è stato come prendere una ventata d’ aria fresca. Lì in chiesa, tra le panche e i bambini, eri solo Eugenio. Così, alla fine, i giorni più attesi erano due: giovedì, il giorno della diretta, e la domenica.